Dal Friuli alla Basilicata, cosa succede quando si torna al bosco
La riforestazione è una grande promessa per le future generazioni. Ma sotto la chioma che si richiude, la biodiversità non segue percorsi lineari: evolve attraverso equilibri instabili, sostituzioni e adattamenti che variano lungo l’Italia, dalle regioni alpine a quelle mediterranee. Comprenderne la complessità può aiutarci a guidare con maggiore consapevolezza i processi di rinaturalizzazione.
C’è qualcosa di profondamente romantico nell’idea che la natura si riprenda i suoi spazi.
Un pascolo abbandonato, l’erba che smette di essere falciata. Gli arbusti che arrivano in silenzio e poi gli alberi. E noi che pensiamo: bene, il bosco sta tornando, tutto va per il meglio!
Ed è vero. Un bosco che rinasce è una buona notizia, perché ogni foresta è anche una gigantesca banca del carbonio: negli anelli del legno e nel suolo sotto i nostri piedi viene immagazzinata CO₂ sottratta all’atmosfera, un equilibrio fragile ma fondamentale per il clima del pianeta. In questo senso boschi e foreste rappresentano uno dei più efficaci strumenti naturali di mitigazione del cambiamento climatico: una silenziosa squadra di “spazzini” biologici che, giorno dopo giorno, riassorbe parte dell’eccesso di carbonio accumulato nell’atmosfera a partire dall’era industriale, contribuendo a riparare, almeno in parte, i danni prodotti dalle nostre emissioni.
Il ritorno agli alberi innesca però la trasformazione dell'intero biosistema e per pianificare la riforestazione è necessario tenere conto delle variazioni che essa induce inevitabilmente sulla biodiversità indigena esistente.
Ce lo ricorda un team di ricercatori e ricercatrici delle Università di Udine e di Trieste in un recente studio pubblicato sulla rivista Forest Ecology and Management (qui l'articolo integrale). Lo studio analizza sedici successioni lungo l’Italia, dal Friuli Venezia Giulia alla Basilicata, per osservare cosa accade quando campi e pascoli vengono lasciati alla ricolonizzazione naturale. La domanda è semplice: quando aumentano gli alberi e il carbonio si accumula, cosa succede alla biodiversità?
Nel giro di circa settantacinque anni la biomassa arborea cresce e il carbonio totale aumenta. Il bosco cattura CO₂ e la immagazzina. Ma mentre la chioma si chiude, la ricchezza delle specie erbacee diminuisce. In tre siti su quattro emerge infatti una relazione chiara: più carbonio, meno specie di prato. Non è un fallimento, ma un equilibrio diverso. La riforestazione spontanea è efficace per il clima, ma determina un riassetto globale dell'intero ecosistema. Accumulo di carbonio e biodiversità non procedono sempre nella stessa direzione.
Il Friuli, che registra la maggiore ricchezza floristica tra i siti analizzati, mostra che il momento più ricco coincide con le fasi di transizione, quando prato e bosco convivono. In Basilicata, invece, la biodiversità cala inizialmente ma torna a crescere nei boschi più maturi, quando il sottobosco si struttura.
Da questo studio impariamo, con un analisi a km zero fatta sul nostro territorio, che non è il numero di alberi a fare la differenza, ma la struttura del sistema e la rete di relazioni che riesce a sostenere. È una chiara evidenza della complessità del mondo che ci circonda. Quind, il vero beneficio ecologico non si ottiene piantando più alberi, ma capendo quando, dove e come farlo.
-- Giulia Derna